Verso una “Documanità”. Il nuovo mondo nato dal web

Di Ginevra Leganza

Intervista a Maurizio Ferraris, professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Torino e fondatore del “nuovo realismo”. “Documanità. Filosofia del mondo nuovo” (Laterza, aprile 2021) è il titolo del suo ultimo libro che riflette sui mutamenti generati dalla rivoluzione tecnologica

22 giugno 2021

“Documanità” è il nome dell’umanità nel processo in corso. In cosa consiste?

Nel passaggio dall’homo faber all’homo sapiens. Fin tanto che la dignità dell’umano sarà riconosciuta nel suo fare invece che nel suo sapere, l’umanità apparirà come un costrutto fragile e molto lontano dalla sapienza che ci arroghiamo. Fino a che ci saranno umani che svolgono dei compiti che, come in grandissima parte della logistica, della distribuzione e della produzione, possono venire automatizzati, la via per tragedie come la morte di Luana D’Orazio o Adil Belakhdim sarà sempre aperta. Bisogna certo, per il momento, tutelare e proteggere questi lavori, e prima di tutto queste persone, ma lo scopo di una umanità degna di questo nome è di farli sparire, ovviamente garantendo occupazioni alternative a chi li esercitava.

“Documanità” indica anche la registrazione digitale di una mole poderosa di documenti. Come bisogna ripensare il lavoro?

Fino all’esplosione della registrazione caratteristica del digitale, il consumo non lasciava tracce. Oggi invece istruisce l’intelligenza artificiale, che è la raccolta e l’archiviazione delle forme di vita umana a fini di automazione. Il consumo, che da sempre conferisce il senso generale del sistema produttivo, oggi rappresenta anche una enorme produzione di valore, perché genera un capitale documentale molto più ricco del capitale finanziario, visto che non si limita a tracciare flussi di ricchezza, ma rende possibile l’automazione che, unita al consumo, è la fonte di ogni valore.

Il web è il luogo di un diario personale che ciascuno di noi compila quotidianamente. I nostri segreti forse non interessano a nessuno, ma un uomo che ha sempre meno potere sui propri segreti – siano essi i più innocenti – come deve riconsiderarsi dal punto di vista morale?

Se uno non vuole andare sui social può benissimo non andarci, io non ci sono mai andato, probabilmente perché soddisfo il mio narcisismo a lezione e nei libri. Quanto invece lasciamo involontariamente nella nostra navigazione sul web interessa gli Stati (ossia, al momento, solo la Cina, l’unico stato che possegga le piattaforme), non le piattaforme commerciali. Lei mi chiede che cosa sia un uomo che ha sempre meno potere sui suoi segreti, e io le rispondo che non lo so, proprio perché non ho mai avuto potere sui miei segreti, non mi sono mai conosciuto pienamente, e credo di essere in buona compagnia. Di certo so che un uomo “che lavora nel fango /che non conosce pace /che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o per un no” è molto meno umano di chi non controlli i propri segreti, ed è molto più vicino al mondo dell’homo faber che non a quello dell’homo sapiens. “Il lavoro rende liberi”, scritto sul cancello di Auschwitz, non è solo una tragica ironia, ma anche un epitaffio sull’epopea del lavoro, che possiamo lasciarci alle spalle così come ci siamo lasciati alle spalle l’epopea della gloria militare e del mestiere delle armi.

Senza l’uomo la macchina è inerte, eppure l’anima diffida spesso dall’automa. La sfiducia dell’uomo nei confronti delle macchine più evolute è, in ultima istanza, sfiducia nei confronti di se stesso e della sua capacità di controllo?

È molto peggio. È fabbricarsi un alibi a poco prezzo, che ci solleva di ogni responsabilità dando la colpa alle macchine. Il primo a dichiararsi irresponsabile dei propri atti imputandoli all’efficacia tecnica del sistema è stato Albert Speer a Norimberga, seguito da legioni di ideologi pronti a dire che la tecnica ci disumanizza e ci governa, con questo assolvendoci dai doveri e dalle responsabilità che ci competono in quanto umani, cioè in quanto agenti dotati di ragione e soprattutto di volontà e intenzioni che le macchine non possiedono e non possederanno mai perché sono meccanismi e non organismi, e perciò ignorano cosa sia avere fame, sete, desideri, timori e speranze.

Questa resistenza si lega a una certa nostalgia del passato. È come se la storia dell’umanità fosse scandita da una dialettica misoneismo/progresso. È d’accordo?

D’accordissimo. Con la precisazione che i misoneisti non si assumono alcuna responsabilità, visto che tanto il progresso va avanti comunque, mentre i progressisti, se lo sono davvero, devono farsi carico della comprensione concettuale e del governo politico del progresso, che non sono certo attività di tutto riposo.

La macchina scalza molti lavori che presuppongono la fatica. Se da un lato l’uomo è essenzialmente tecnologico, dall’altro mi domando quale sia il rapporto dell’uomo con la fatica. Non pertiene anch’essa all’essenza della persona?

Dipende. Per anni mi sono svegliato alle cinque per scrivere, e tendo a farlo tutt’ora forze permettendo. Ma non mi metterei mai a correre. E credo che all’essenza della persona non pertenga la fatica, altrimenti un galeotto a Lepanto sarebbe il più felice degli umani. Credo ci sia la soddisfazione per l’opera compiuta, e più radicalmente per il dovere compiuto, e questo è propriamente umano, ma non sta scritto da nessuna parte che l’opera che ci attende debba essere l’imperfetta imitazione di una macchina, come per l’appunto avveniva per il galeotto a Lepanto o per l’operaio di Tempi Moderni.

Maurizio Ferraris

 

C’è un rapporto tra la riduzione drastica della fatica e l’utopia di un mondo sempre più simile all’Eden?

Quello della Bibbia è il frutto di una civiltà contadina e pastorale, dubito che la cacciata dall’Eden o la nascita del lavoro sarebbero state concepibili per una società di cacciatori e raccoglitori, ossia per la parte di gran lunga più estesa della storia dell’umanità. Al di là dei miti della società industriale e agricola, e senza vagheggiare la penuria, virtuosa quanto si vuole ma pur sempre limitante, dei cacciatori e raccoglitori (come sarebbero un ospedale, una biblioteca o una sala da concerti di un mondo di cacciatori e raccoglitori?), credo che l’opzione più auspicabile sia pensare una nuova era che si apre attraverso il web, in cui appunto si passi dalla produzione di beni alla produzione di valore.

Penso a Baudelaire: “lavorare è meno noioso che divertirsi”. Lei stesso scrive che gli uomini – e non le macchine – si annoiano. Ma la noia e l’ozio non portano al vizio?

Se Baudelaire avesse lavorato in un altoforno non si sarebbe espresso così. E sicuramente la scrittura de Les Fleurs du Mal è una attività che l’automazione non porterà via a nessuno, ed è una risposta molto più efficace al “mostro delicato”, cioè appunto alla noia, di quanto non lo sia la vita di Bartleby lo scrivano, garantita ma noiosa, o quella del Lupo di Wall Street, non noiosa ma dannosa a sé e agli altri: tanto vale a quel punto caricare a cavallo i carri armati, non ci si annoia di certo…

Ritiene che il lavoro da remoto, in tempo di pandemia, abbia svelato o addirittura accelerato il processo che dovrebbe condurre a una società del tempo libero?

Non del tempo libero, bensì del consumo che, una volta registrato, diviene produzione di valore, ossia tempo liberato per un umano degno di questo nome. Ecco il punto che Keynes non poteva vedere, e che dobbiamo avere ben chiaro, perché da questo dipende il futuro dell’umanità.