“We love art”, arte e industria battono all’unisono nel segno di Civiltà delle Macchine

La mostra itinerante nata dalla partnership tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e della Fondazione Cassa Depositi e Prestiti (CDP) ha l’obiettivo di raccontare l’impresa italiana all’estero attraverso le opere di otto artisti emergenti

Di Ginevra Leganza

25 novembre 2021

I miracoli si chiamano miracoli perché, salvo eccezioni, accadono una volta sola per poi non ripetersi più. E per lo stesso motivo sono anche tanto rari. Uno strappo alla regola è miracolosamente avvenuto quest’anno: si tratta di We love art. Vision and creativity made in Italy, mostra ispirata a due avventure nell’Italia del boom. “Sculture nella città” – che nel 1962 raccoglieva a Spoleto le opere nate sotto i tetti dell’Italsider – è la prima. La seconda è quel trionfo d’ingegno che è stata la nostra rivista, Civiltà delle Macchine, miniera tecnico-artistica che dagli anni ’50 alla fine dei ’70 tenne testa alla modernità. Sotto l’egida della Fondazione CDP – Cassa depositi e prestiti, in collaborazione col Ministero degli Esteri, We love art comincia a farsi strada nel mondo. Curata da Ludovico Pratesi e Marco Bassan, sognata, ideata e fortemente voluta dall’ufficio Arte e Cultura CDP, la mostra è atterrata a Seoul, e si articola in varie tappe che la porteranno a volare dall’Asia alle Americhe, per poi far ritorno in Europa. A partire dalla Corea gli otto ambasciatori dell’inventiva italiana si sposteranno a Chongqing in Cina, per trasvolare a New York, Città del Messico, Il Cairo e Berlino.
La nostalgia di un passato fervido non poteva che maturare nello spirito di concretezza e nell’intesa fra artisti e imprenditori. Un’alleanza che oggi riscopre tutto il suo nerbo. Sfogliando i vecchi numeri di Civiltà delle Macchine (risorta anch’essa nel 2019, rara eccezione di miracolo ripetuto), incontrando ogni giorno tavole, tele e sculture che si snodano lungo le pareti in via Goito (dove ha sede il museo che raccoglie il patrimonio artistico dell’Italia industriale), la Fondazione CDP ha riportato in auge il mecenatismo d’impresa. Questa nostra storia non giace esanime nei musei, ma diventa una leva per tornare a splendere. Arte e industria battono all’unisono e richiamano l’attenzione sull’importanza della committenza. 


Otto aziende in sintonia con otto artisti, a cominciare dall’installazione-scultura dal taglio post-umano di Benni Bosetto che, reduce dalla visita in Open Fiber, ha raccolto i cavi intrecciandoli a ferro, ceramica e rame. Si prosegue con la scultura che divora se stessa realizzata da Giulia Cenci, di cui Terna è azienda-madrina, e con le foto di Tomaso De Luca ispirate dall’ispezione dell’artista in Eni. Viene poi il fine uroboro di Lulù Nuti, forgiato in corrispondenza di ferrosi sensi con la galleria scavata da Webuild al Terzo valico dei Giovi. E ancora: il pastello di Amedeo Polazzo, sostenuto da CDP Immobiliare, protagonista del Real Estate e giocoforza promotrice della sua tela; l’opera di trasformazione di Alice Ronchi, ammaliata, durante il sopralluogo in Snam, dai tubi che collegano le valvole con la rete di trasporto energetico; i 128 colori di Giulio Saverio Rossi, 128 gemelli pittorici degli impulsi luminosi dei dati digitali TIM; e infine l’elettrodeposizione in rame di Namsal Siedlecki, che da Ansaldo ha mutuato le tecnologie per realizzarla: dalla scansione 3D al bagno galvanico… 
Aziende muse ma soprattutto aziende mecenatesse: perché il mecenate è il motore immobile dell’arte, è la causa prima di una mole di tesori di cui a fatica si terrebbe il conto. Come scriveva Ezra Pound nel 1915, in una lettera indirizzata a John Quinn (collezionista di Seurat, Rousseau, Matisse, Redon, Picasso e tantissimi altri ancora), chi anima l’opera del suo protetto “si mette alla pari dell’artista, costruisce dell’arte nel mondo; egli crea”. Otto aziende e otto artisti che, a seguito dei sopralluoghi in cantieri, hanno letto la dinamica del lavoro sub specie aeternitatis. È assolutamente probabile che l’arte cominci dove finisce l’utilità, e pertanto le otto madrine (partecipate da Cassa depositi e prestiti e fautrici di elementi utilissimi per la nostra vita) hanno superato la soglia dell’utile e sono entrate nelle galassie dell’arte, carburando quella magia che trasforma l’ordinario in straordinario, diventando esse stesse creatrici.