“Le STEM sono le materie del futuro: sono le conoscenze di empowerment economico”

Intervista a Ersilia Vaudo, astrofisica e Chief Diversity Officer dell’Agenzia spaziale europea. Impegnata nell’incoraggiamento dello studio delle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), curerà “Unknow Unknows”, l’Esposizione Internazionale della Triennale di Milano nel 2022.

Di Ginevra Leganza

12 luglio 2021

Lei è responsabile dell’ufficio per la diversità e l’inclusione all’Agenzia spaziale europea. Quali circostanze determinano la necessità di questo ruolo?

Sicuramente la certezza che diversità e inclusione costituiscono una fonte di ricchezza. L’ESA è un’organizzazione internazionale dove la diversità è un valore portante. Possiamo atterrare su una cometa a 500 milioni di chilometri dalla Terra, e sappiamo che nessun paese può riuscire da solo: infatti siamo in ben 22 paesi. Ci sono comunque degli aspetti ancora insoddisfacenti sui quali occorre lavorare.

Quali sono quelli più urgenti?

Bisogna anzitutto dire che lo spazio ha un differente impatto di ispirazione sui ragazzi a seconda della nazionalità – l’Italia, dal canto suo, vanta una forte tradizione spaziale. Il nostro lavoro, in tal senso, è volto a bilanciare le diversità geografiche. Oltretutto siamo consapevoli della forte presenza maschile e della necessità di includere maggiormente le donne. Su questo sfondo si stagliano poi i nuovi lavori: accanto alle carriere tradizionali, ci sono i data-scientist e la cyber-security. L’ESA è anche la prima agenzia al mondo ad aver lanciato una campagna astronauti per persone con disabilità. Del resto, lo spazio è un’avventura che si rivolge all’umanità, ed è giusto e coerente operare in linea con questa sua naturale vocazione.

Lo spazio è per lo scienziato quello che il mare è per Ulisse. Oltre l’umana curiosità, quali sono i risvolti pratici della conoscenza delle stelle al di qua dell’atmosfera? Quali possono essere le conseguenze pratiche di un ammartaggio?

La curiosità è una condizione necessaria: “once explorers, always explorers” diciamo all’ESA. Certamente l’esplorazione è un investimento rispetto alla conoscenza, ma è anche un investimento economico. Preme ricordare che il programma di esplorazione dell’ESA costa a un cittadino europeo meno di un caffè l’anno e riporta nell’economia il doppio, sia in termini di tassazione sia in termini di attività che nascono: è sicuramente un ottimo investimento. Quanto a Marte, sappiamo che aveva un’atmosfera, dell’acqua in forma liquida, e che a un certo punto quest’equilibrio è saltato. Capirne le ragioni nutre la curiosità, ma va ben oltre: andare su Marte ci orienta rispetto al da fare per preservare la Terra.

Il cielo desta un senso di meraviglia. Come bisogna agire affinché lo stupore fanciullesco non si inaridisca e si traduca in voglia di approfondire?

Anzitutto prendendo coscienza che le STEM sono le materie del futuro: sono le conoscenze di empowerment economico. Ad oggi ravvisiamo una scarsa presenza di donne, e questa disparità si riverbera inevitabilmente sulle possibilità di emancipazione. Mentre l’anno scorso il World Economic Forum stimava 212 anni per il raggiungimento della gender equality economica, quest’anno ne ha stimati 257: si va indietro, e lo stesso WEF rintraccia la causa del regresso nella scarsa presenza di donne impegnate in studi scientifici. Un dato interessante: questa presenza cresce paradossalmente nei paesi dove la gender equality è un traguardo più lontano, probabilmente per la promessa di emancipazione connaturata a questi studi.

Benché Galileo sia presente sia nelle antologie di italiano sia nei manuali di scienze, la percezione comune è proprio quella di una frattura dei saperi. Nel concreto come si può pensare di sanarla?

Tutto comincia dalle scuole elementari, con la divaricazione di traiettorie. È in quel momento che si resta fuori dalla matematica ed è lì che bisogna impegnarsi per normalizzare il rapporto tra i numeri e i bambini, i quali sono ugualmente curiosi, esploratori… Bisogna poi agire sulle situazioni di disagio e povertà educativa, acuitesi con la pandemia. Chi vive una situazione di povertà educativa è fatalmente escluso dalla matematica: è così in tutti i paesi Ocse. Incoraggiare lo studio in situazioni disagevoli è quanto facciamo con l’associazione Il Cielo Itinerante che, con un telescopio, porta la scienza dove non arriva, nella speranza che anche solo guardare le stelle possa attivare una particolare consapevolezza di se stessi e spingere oltre il condizionamento dell’ambiente.

L’ultimo anno, con la pandemia, ha visto cambiare il rapporto tra scienza e politica. Da un lato ci sono gli esperti, dall’altro gli incompetenti di cui i primi sono tutori. Forse l’uomo come animale politico non dovrebbe sottrarsi, ora meno che mai, alla conoscenza in campo scientifico. Qual è, secondo lei, il rapporto fra scienza e politica?

Per spiegarlo parto dall’esperienza della Francia, che anni fa dichiarò la matematica una priorità nazionale. La flessione nei rendimenti aveva reso chiaro come un capitale umano debole in matematica fosse debole anche economicamente. Ma c’è poi un problema di sfiducia in se stessi causato dalla refrattarietà ai numeri. L’alfabetizzazione STEM permette un esercizio dei propri diritti più consapevole: sentirsi a disagio con la matematica può portare, infatti, a delegare più facilmente i ragionamenti complessi. Sia chiaro: non dico affatto che gli umanisti siano più propensi al populismo. Voglio però sottolineare l’importanza di dover dare a tutti gli strumenti giusti per essere cittadini all’altezza di una democrazia forte. Considerare la matematica prioritaria significa impegnarsi per dare a tutti le stesse possibilità di scegliere.

L’umanesimo si avvantaggia del sapere scientifico. Per contro, in che termini si arricchisce una scienza che non trascura la radice umanistica?

La scienza ha chiaramente bisogno di un fondamento umanista, di operare in spirito leonardesco. Oggi non si può pensare nell’ordine di una verticalizzazione del sapere: i robot faranno tante cose al posto nostro, e infatti il lavoro del futuro esige competenze rinascimentali. C’è una importante tendenza verso le STEAM: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica si integrano con gli strumenti digitali e la creatività artistica.

Lei curerà il progetto della Triennale di Milano del 2022, “Unknow Unknows”, che si propone di riflettere il mistero. Sembra anch’esso ispirato dal desiderio di ricomposizione fra i saperi: è così?

È proprio così. Per me è importante che la Triennale e l’esposizione non coincidano con un punto di vista da museo della scienza, ma traducano la scienza e il suo mistero attraverso l’occhio dell’artista, le sue opere e la sua interpretazione. “Unknow Unknows” ha senz’altro l’ambizione di raccogliere delle prospettive diverse di fronte a delle interrogazioni comuni.