AI
18.04.2024 Antonio Santamato

Intelligenza artificiale, la ricerca trainata dalle Big Tech. Ma attenti alla Cina

Le grandi aziende tecnologiche sono sempre più protagoniste dello studio sull'AI. Il bracconaggio dei ricercatori dalle Università e l'egemonia di Pechino sui brevetti internazionali. Quali le conseguenze per la società?

Dati, competenza umana nella costruzione degli algoritmi, potenza di calcolo. Sono questi i requisiti più importanti della ricerca sull’intelligenza artificiale. Uno studio che richiede risorse sempre più costose e specializzazioni sempre maggiori. Motivo per il quale, se per anni questo tipo di ricerca è stata oggetto di studi sia del mondo accademico che di quello industriale, negli ultimi tempi c’è stato un vero e proprio spostamento dell’equilibrio verso il settore privato, soprattutto le big tech (manco a dirlo).

Secondo il Brookings Institution, centro di ricerca di Washington, sarebbe proprio l’enorme disparità negli investimenti a guidare il predominio dell’industria rispetto alle università.

Investimenti in intelligenza artificiale: governo e industria

Investimenti in intelligenza artificiale: governo e industria | Fonte: Brookings Institution

Nel 2021 l’Unione Europea ha speso 1,2 miliardi di dollari per l’intelligenza artificiale, mentre le agenzie federali statunitensi ne hanno speso 1,5. Se pensiamo che Alphabet, casa madre di Google, ha speso - da sola e solo nel 2019 - 1 miliardo e mezzo su DeepMind e che Microsoft ha messo 1 miliardo su OpenAI, madre di ChatGPT, facendo salire la somma poi a ben 12 miliardi, si capisce bene da che lato pende la bilancia.

Se in un certo senso questo vuol dire maggiori investimenti - e quindi migliori risultati, prestazioni e una ricerca nettamente più avanzata - dall’altro si teme che la potenza di fuoco delle aziende possa accelerare un sistema di oligopolio, esacerbando la distanza fra chi cerca il profitto e chi punta alla ricerca pura pensata per il bene della società.

“Questa è una tematica che però si è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti – afferma Gianluigi Greco, presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, a capo della task force del governo sull’AI -. Un'onda che non è arrivata in maniera così forte in Europa, ad esempio in Italia, dove invece la tradizione tipica delle strutture universitarie mantiene ancora una sua forte autonomia e gli investimenti pubblici sono probabilmente la parte più cospicua del finanziamento per le attività delle ricercatrici e dei ricercatori. Il rapporto positivo e virtuoso pubblico-privato è comunque una delle chiavi su cui anche l'Italia può giocare un elemento importante di competitività”.

Investimenti intelligenza artificiale nel mondo

Investimenti intelligenza artificiale nel mondo (dal 2020 al 2023) | Fonte: Statista Market Insights

Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, gli investimenti globali sull’AI nel 2023 sono saliti - secondo Statista a quasi 242 miliardi di dollari. I grandi modelli di intelligenza artificiale richiedono considerevoli quantità di dati e le grandi aziende tecnologiche ne hanno a volontà. Pensate, ad esempio, quanti dati strutturati può avere a disposizione Meta se gli utenti di Whastapp nel mondo inviano più di 100 miliardi di messaggi al giorno in totale (dati riferiti al 2020). Chi riuscirebbe a competere?

Institution papers AI Leonardo Labs

Fonte: Area di ricerca di Intelligenza Artificiale Leonardo Labs

Ed è proprio Meta AI a guidare la ricerca nel periodo compreso tra il 2019 e il 2022, secondo l’area di ricerca di Intelligenza Artificiale dei Leonardo Labs. La titolarità della ricerca, però, non si traduce automaticamente in supremazia. Nel campo dell’intelligenza artificiale generativa, ad esempio, è il duo Microsoft-OpenAI a primeggiare.

“Grazie al nostro tool – afferma Alessandro Nicolosi, Principal Investigator dell’area di ricerca di Intelligenza Artificiale dei Leonardo Labs - siamo riusciti ad analizzare circa 8mila papers di una conferenza di machine learning molto nota e questo ci ha permesso di estrarre delle statistiche significative che confermano proprio la presenza e il predominio delle Big Tech all'interno della ricerca sull’intelligenza artificiale”.

Assunzione di docenti esperti di AI da parte dell'industria (2006=1) | Fonte: Brookings Institution

C’è un altro tema, non meno rilevante: il “bracconaggio” delle aziende private nei confronti dei ricercatori esperti di intelligenza artificiale. Una tendenza aumentata di otto volte dal 2006 (dati Brooking Institution), con le istituzioni accademiche in grande difficoltà a trattenere talenti.

“Il potenziale economico in gioco, rispetto soprattutto ad alcuni prodotti legati all'intelligenza artificiale applicata in settori diversi, è tale che probabilmente le aziende che se lo possono permettere corrono il rischio, e ovviamente attraggono questo tipo di talenti con un portafoglio molto ingente”, dice ai nostri microfoni Mara Tanelli, professoressa di Automatica al Politecnico di Milano.

Altro aspetto preponderante sarebbe l’egemonia della Cina sui brevetti internazionali. Impressionante la crescita di quelli legati all’intelligenza artificiale, secondo un recente rapporto del National Center for Science and Engineering Statistics (NCSES). Dal 2012 al 2022, sono saliti da 650 ad oltre 40.000, oltre il 6.000% in più. Se è vero che l’abbondanza di brevetti non si traduce necessariamente in un prodotto o una tecnologia di successo, viene da chiedersi se ci sia un cambio di paradigma nella competizione globale.

“Nessuno dà molta importanza ai brevetti cinesi. Quello che conta è il numero di citazioni che un particolare articolo scientifico raccoglie e in questo settore le citazioni cinesi stanno aumentando in modo considerevole”, chiosa Alberto Forchielli, presidente di Mindful Capital Partners ed esperto di affari internazionali in Asia.

“In questo momento i ricercatori cinesi accedono alle maggiori conferenze internazionali però poi bisogna stare attenti al vero rating di accettazione, cioè quanti di quei lavori sono accettati quanti di quei lavori sono considerati veramente di altissimo livello scientifico – rilancia Gianluigi Greco -. Ben diverso è, ad esempio, l'impatto che hanno avuto poche pubblicazioni di alcuni grandi gruppi negli Stati Uniti comparate a migliaia di pubblicazioni sviluppate in Cina in questi ultimi anni”.