All’alba di un nuovo feudalesimo: intervista con Andrea Venanzoni

Di Marco Proietti

26 maggio 2021

Lei è autore del volume ‘Ipotesi neofeudale – libertà, proprietà e comunità nell’eclissi globale degli Stati nazionali’ (Passaggio al Bosco, 2020), può dirci in cosa consiste la neofeudalizzazione e la medievalizzazione della società contemporanea?

Quella della neomedievalizzazione è una categoria descrittiva da tempo incuneatasi nelle scienze sociali, alle prese con le forme fluide ed accelerate degli spazi globali e del tempo contemporaneo, contraddistinto dalla pervasività degli elementi tecnologici, dal mutamento quasi genetico dei fattori della produzione, dall’azzeramento (apparente) delle frontiere e dalla nascita di nuovi poteri, privati in gran parte. Sin dallo studio delle relazioni internazionali, nel caos della ‘società anarchica’, per riprendere la suggestiva immagine di H. Bull, o delle baronie neofeudali che punteggiano il sistema-mondo di I. Wallerstein, oppure di quelle che Maria Rosaria Ferrarese ha definito ‘le istituzioni della globalizzazione’, ci si è resi conto di come nello spazio vuoto di Stato e di Costituzione quale è la globalizzazione, sempre più digitalizzata, il vero paradigma fondante sia il diritto privato, la relazione contrattuale, una nuova forma di lex mercatoria, come ha notato Francesco Galgano. Lo spazio neomedievale fa prevalere il dato contrattuale sul patto costituzionale, la relazione inter-privatistica sullo spazio di comunità. E per me questo non è necessariamente un male, visto che il medioevo è stata comunque una epoca di inventiva, libertà e innovazione: tutto sta a verificare quali elementi poter attualizzare davvero.

Proprio parlando degli elementi più marcatamente medievali della società digitale, sembra di poter dire che il rischio sia quello di costruzione di nuove signorie e di un infeudamento causato dal gigantismo delle grandi piattaforme digitali. Come pensa si possa sfuggire da questa morsa?

L’evocazione del neofeudalesimo ha quasi sempre una connotazione estremamente negativa: sin dagli studi di Zielonka fino al recente libro di Joel Kotkin sull’emersione del nuovo feudalesimo in California, sotto la spinta degli Over-the-Top. Però nonostante tutte le colpe vengano spesso per convenienza addossate al sempre deprecato neoliberismo, io mi fermerei a riflettere anche sulle distorsioni, neofeudali in senso negativo, dello Stato e del suo modo di distorcere il mercato, la concorrenza e la innovazione. Attraverso burocratizzazione caotica, paralizzante, procedimenti e processi estenuanti, iper-regolazione minuziosa e cervellotica, incistamenti tra dirigenza pubblica e quella delle grandi società del digitale mediante revolving doors, a me sembra che la distorsione, la torsione neofeudale sia data proprio dall’intervento statale che rende sempre più neofeudali i giganti di silicio, azzerando le logiche mercatorie e producendo un finto capitalismo corporativo. Quindi direi che un buon punto di partenza per sfuggire almeno parzialmente a quella morsa sarebbe dimenticarsi di espressioni come ‘Stato innovatore’ o ‘Stato imprenditore’.

Lo Stato non può davvero mai innovare?

Lo Stato può affermare di voler partecipare a processi di innovazione ma è frenato dal suo gigantismo, dalla ossificazione burocratica, dal livellamento verso il basso dei ceti burocratici e dei processi decisionali. Un manager pubblico non è mai davvero un autentico manager perché non ha piena libertà di decisione, stretto tra mille legacci, vincoli e controlli, e con uno stipendio che non può avere alcuna appetibilità per manager del mercato privato. E poi lo Stato centralizza i suoi processi di pianificazione e di organizzazione e questo significa bloccare il flusso delle informazioni, in antitesi rispetto all’optimum organizzativo, fluido e cangiante, di un modello aziendale privato. Non ultimo, lo Stato è specchio privilegiato dei costi di transazione della politica e di logiche di appartenenza quasi tribale, logiche che chiaramente non spingono alla selezione dei migliori nei posti chiave.

La pandemia, senza dubbio alcuno, ha contribuito ad accelerare alcuni dei fenomeni che lei descrive nel testo, marcando la sempre più ferrea dipendenza degli Stati dalle società del digitale. Si potrebbe quasi dire che siano ormai queste società a rendersi Stati.

La frammentazione su base regionale della globalizzazione è un fermento che avanza inesorabile, da decenni. La alterazione della fisionomia dello Stato consegue, in maniera naturale. E certo la pandemia ha contribuito ad accelerare questo percorso. Da K. Ohmae ai più recenti lavori di P. Khanna, che parla non casualmente di città-Stato nel tempo della devolution, alla idea, che mi affascina, elaborata da Giulio Tremonti su autentiche Repubbliche digitali, c’è un carsico flusso di rimodulazione della essenza statale. Quindi, sì, in una certa misura possiamo parlare di un Facebookistan o di una Amazonlandia, i quali vanno replicando funzioni strutturalmente sovrane, dalla emissione di moneta all’esercizio della giurisdizione. C’è qualcosa che ricorda la fisionomia delle Repubbliche marinare, nella dinamicità adattiva di questi soggetti che si trovano a colonizzare gli spazi, e il ciberspazio d’altronde è uno spazio come lo erano i mari all’epoca di Venezia e Genova. In fondo ce lo ricorda Carl Schmitt in ‘Terra e mare’, la potenza coloniale marinara britannica ebbe come antecedente logico e nobile Venezia. Quindi, proseguendo, potremmo dire che la evoluzione di questo sistema rimontante all’epoca delle Repubbliche marinare e poi della Compagnia delle Indie orientali è la piattaforma digitale.

Quale è il mondo ‘neofeudale’ che immagina, nel suo libro e nelle sue ricerche?

Quando William Gibson ha coniato l’espressione Ciberspazio, prima in ‘La notte che bruciammo Chrome’ e poi in ‘Neuromante’, l’idea di quello spazio fu sin da subito ‘coloniale’: pionieri, pirati, commercianti, ciò che Schmitt definiva ‘avventurieri-mercanti’, quelli che per intenderci hanno reso grande e potentissima la Compagnia delle Indie. A me affascina molto la prospettiva della scoperta, della innovazione, dell’avanzare, dell’individuo che si mette alla prova e incide sull’eco-sistema che popola. Dovremmo riscoprire, in maniera appunto medievale e neofeudale, questo sano individualismo propositivo. Perché il feudalesimo si basava su rapporti contrattuali che spesso assegnavano persino più garanzie al soggetto meno forte, sul decentramento, sulla privatizzazione dei rapporti di potere, il che non significa necessariamente prevaricazione bensì riconoscimento delle caratteristiche salienti dell’individuo. Dovremmo tornare alla radice culturale del primo Ciberspazio e della libertà medievale, garantire l’autonomia dei territori mediante un vero federalismo in luogo della ossificazione di Stati sempre più elefantiaci e deboli, elevare il soggetto e la sua ricchezza, culturale, morale ed economica.